I personaggi della Bonadies/3: Marco, un gigante buono in piscina

Il passato da pallavolista di successo lo intuisci dall’altezza (197 cm), il presente da capo-istruttore in carriera lo percepisci dal tono cortese ma al tempo stesso declamatorio,

il futuro da Babbo Natale richiestissimo dai bimbi lo ipotizzi un po’ per la barba curata e molto in virtù di quell’aria da eterno sognatore che certi cinquantenni (anche se lui si affretta a precisare che per ora sono solo 49…) gelosamente conservano a dispetto d’una carta d’identità che, inesorabilmente, poco per volta si sgualcisce. Incastra tra di loro questi tasselli d’un ideale mosaico temporale e ti troverai di fronte Marco Fiori, il gigante buono della Bonadies, terzo personaggio del nostro viaggio tra i volti noti della piscina che la Libertas Rivoli gestisce dal 1992.

Tra lui e il nuoto non è stato amore a prima vista. Come già accennato, le sue origini sportive vanno infatti cercate sotto rete. “Ho cominciato a fare volley – ricorda con giustificata soddisfazione – che avevo 12 anni e alla SaFa ho compiuto tutta la trafila agonistica arrivando diciottenne a giocare in serie B”. Ma il percorso da insegnante prende presto un’altra direzione. “Nel 1989 entrai all’Isef e cominciai a lavorare in una palestra di Druento”. E lì avviene il contatto che di fatto indirizzerà l’intera sua vita professionale: quello con i disabili. Un campo nel quale Marco si muove subito con passione ed efficacia. “Nel corso degli anni ho fatto sovente l’istruttore nei corsi classici, sia per adulti sia per bambini, ma è nel recupero della disabilità che mi sono realizzato maggiormente, fino a farne attualmente il mio unico e specifico settore di lavoro”.

Alla Bonadies, Fiori ci arriva una prima volta nel 2001 poi, dopo una pausa, riprende la collaborazione nel 2013 e da quel momento è un crescendo numerico ma soprattutto qualitativo: “Ora seguiamo mediamente un’ottantina di soggetti disabili, 18 dei quali effettuano anche un’attività agonistica nell’ambito degli Special Olympics, sia a livello regionale sia su scala nazionale”. A prima vista, agonismo e disabilità potrebbero sembrare due concetti quasi antitetici, invece possono benissimo convivere: “L’unica differenza rispetto all’attività sportiva tradizionale è che qui sono loro, gli atleti, a darti la tempistica, a farti capire i limiti oltre ai quali non devi spingerli. Tu devi esser bravo a comprendere fin dove è solo questione d’impegno e dove invece è giusto fermarsi”. Una qualità che, a ben vedere, serve a qualsiasi allenatore e in qualsiasi campo.

Occuparsi essenzialmente dei disabili per Marco è stata quasi una scelta di vita: “Non mi sono chiesto cosa potevo dare io a loro ma quello che loro potevano insegnare a me e partendo da questo presupposto le soddisfazioni sono sempre state molto più numerose delle difficoltà. Non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo primario, che è quello di metterli a loro agio nell’ambiente in cui si trovano, in questo caso l’acqua, e di fare in modo che imparino divertendosi. E un loro sorriso, a fine giornata, è il ricordo che devi portarti dentro per sentirti contento e convinto di aver fatto bene il tuo lavoro. Certo, sarebbe utopistico pensare che sia tutto rose e fiori. Le problematiche non mancano e vanno tenute nella massima considerazione anche perché la disabilità, soprattutto quella intellettiva, è purtroppo un fenomeno in crescita e complicato da schematizzare, in quanto ogni caso è diverso dagli altri. Per questo non bisogna mai smettere di aggiornarsi e di andare alla ricerca di metodi sempre più appropriati per le singole esigenze che di volta in volta ti si presentano davanti. Mi ritengo una persona sufficientemente umile, che sa ascoltare e imparare da chiunque, ma so anche di essere particolarmente esigente, di pretendere a volte troppo specie dal mio staff, di fare insomma un po’ il rompiscatole. Ma chi mi conosce sa che alla fine sono più fumo che arrosto”.

Del resto, se non fosse così, perché mai lo si definirebbe il gigante buono della Bonadies?